4.11.06

Mal d'affido

Si va verso la proroga alla chiusura degli istituti prevista per fine 2006.
A onor del vero, qualcosa in questi anni si è mosso. Stando ai dati diffusi dal Centro nazionale, la proroga riguarda una piccola parte dei minori fuori della famiglia di origine, che in Italia sono circa 34mila. Di questi 14mila sono in affido, circa 20mila vivono nei presidi residenziali (ne esistono di diversi tipi); poco più di mille sono in istituto. Attualmente sono in attività circa 120 orfanotrofi; nel 2003 ne risultavano aperti 215.
«In Inghilterra, il 68% dei minori fuori dalla famiglia è in affidamento familiare. Da noi siamo ben lontani da questa percentuale», ricorda Luigi Fadiga, già presidente della Sezione Minorenni della Corte di appello di Roma. Che aggiunge: «Ma la verità è che tutta la legge è rimasta paralizzata. L'affido è un intervento tecnico molto bello ma complesso, che richiede amministrazioni locali capaci e decise ad attuarlo. È molto più semplice ricoverare un bambino in istituto: basta una firma» .
Al contrario, spiega D'Amato, l'affido «presuppone adulti che si mettono in relazione ai bambini per farli crescere e non per possederli», ed è anche per questo che tale percorso è estremamente complesso: richiede investimenti, risorse, professionalità, necessita soprattutto di una rete di accompagnamento efficiente che sappia valorizzare la disponibilità degli eventuali affidatari e al tempo stesso tenga sempre presente che, come ricorda Fadiga, «l' affidamento è un ponte per permettere al bambino di rientrare nella sua famiglia di origine».
Non a caso, in questi anni, è cresciuto il contributo del privato sociale che ha svolto un ruolo da tutti definito significativo, spesso accompagnando tramite percorsi formativi le famiglie disponibili, mettendole in rete, creando le premesse per una vera accoglienza. Non sono mancati però i problemi.
Ma apputo le voci devono essere in sintonia, eseguire la stessa partitura. Ed è qui che, purtroppo, si stona. C'è probabilmente un aspetto organizzativo, ma pure vi sono fattori culturali: occorre essere preparati per accompagnare una famiglia all'accoglienza. E questo non è il mestiere di un consultorio, ma di un'associazione familiare.
Sarebbe insomma la mancanza di una piena integrazione fra i diversi soggetti coinvolti, uno dei motivi per cui l' affido in questi anni non è decollato (accanto ovviamente agli altri: l' assenza di una politica unitaria di sostegno, un deciso investimento in energie e risorse). Probabilmente servirebbe anche in questo caso lo strumento della concertazione: discutere, conoscersi, stabilire assieme delle strategie, nel rispetto dei ruoli, ma in nome di una autentica sussidiarietà.