Immigrati: scappare dalla schiavitù
Perseguitati nel loro paese d'origine per le loro opinioni politiche, per la loro religione, perché di un'etnia non gradita oppure perché sfuggiti alla violenza della guerra, profughi e rifugiati politici rischiano con il rimpatrio la prigione, la tortura, la povertà e la morte.
Quando giungono in Italia scoprono che l'incubo non è finito ma che la loro vita è sospesa tra la speranza di non essere rimpatriati e l'attesa di un diritto umano fondamentale: il diritto d'asilo.
È proprio per questo che l'interscambio culturale, l'accoglienza e l'integrazione non devono essere solo parole bensi pratica quotidiana, una responsabilità che i politici devono trasformare in comportamenti fattivi e concreti per la costruzione di una società autenticamente multietnica.
La storia di Peter (il nome è inventato), nigeriano di 32 anni, è la sconvolgente testimonianza di come la schiavitù in Africa sia ancora una realtà. Peter mi raccontà che, secondo i dati forniti da Timidria, un gruppo che da anni lotta per la liberazione degli schiavi, in Niger sono attualmente 43.000 le persone, uomini e donne, ridotte in schiavitù. Ma molte altre ancora si trovano nel Mali e in Mauritania. Peter è nato in una famiglia in cui tutto il parentado vive tuttora in condizioni di schiavitù, costretto a lavorare dall'alba al tramonto nelle fattorie o a servizio nelle case dei ricchi senza ricevere alcun compenso in denaro. Un giorno, con l'aiuto di alcuni membri di Timidria, Peter è riuscito a fuggire e a raggiungere l'Italia. Spesso diceva: "adesso che sono libero posso vivere come piace a me, trovare un lavoro ed essere pagato".
La prima volta che l'ho visto mi ha chiesto da quale paese venissi e alla mia risposta mi disse che in camera con lui c'era un mio connazionale. Il giorno dopo incontrai entrambi e mi spiegarono che, nonostante avessero ottenuto l'asilo politico e il permesso di soggiorno, non riuscivano a trovare lavoro. Li indirizzai a varie agenzie di lavoro in città e poi, con l'aiuto di un amico, riuscii a trovare loro un' occupazione temporanea. Iniziò così un rapporto di fiducia. Nel tempo cercai di far capire a Peter che se voleva rimanere in Italia doveva frequentare un corso di formazione e imparare l'italiano. Era molto restio ma, alla fine, accettò di seguire un corso per diventare magazziniere e, chissà, con il tempo si deciderà anche ad imparare la lingua, fattore fondamentale per qualsiasi straniero che voglia veramente integrarsi nel paese dove ha trovato ospitalità.

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