Il prossimo 6 maggio la legge 184 del 1983, la norma che ha rivoluzionato il sistema di tutela dei minori in Italia, compirà 25 anni. E in questo periodo, la parte che riguarda l'adozione ha dato frutti molto positivi, ma lo stesso non si può dire, malgrado numerosi tentativi, di quella relativa all'affidamento familiare.
Per un ente locale investire sull'affido è una scelta prima di tutto politica, poi economica. Valorizzare questo strumento costa molto meno che far fronte a una situazione già compromessa, con un adolescente da inserire in comunità. L' affido non è solo un risparmio per l'amministrazione, ma anche una forma di prevenzione, la creazione di una nuova cultura che fa della relazione d'aiuto tra famiglie e dei rapporti di solidarietà tra vicini una risposta alle nuove forme di disagio ed emarginazione sociale.
A Torino l'affido è una pratica che sta dando i frutti migliori, in sintonia con la legge 149 del 2001, che ha chiuso gli istituti. I numeri lo dimostrano: circa un migliaio di affidi in corso. Anche Genova è una delle prime della classe: circa 300 minori in affido e altrettanti in comunità residenziali. Al Sud ci sono zone scoperte dove non c'è presa in carico della famiglia in difficoltà, non si supportano le famiglie affidatarie, non c'è specializzazione degli operatori. Fare affido, in quei contesti, diventa quasi eroico.
Una volta il disagio era economico e il sentimento prevalente la rabbia. Oggi il problema è più sottile, riguarda la tenuta psicologica dei genitori e dei figli. Mentre rilanciano l'affido, insomma, gli operatori si accorgono che il terreno è cambiato, e che le risposte vanno trovate nella realtà, non solo nelle leggi. «Lavorare di prevenzione, far leva sulle reti di famiglie, creare nuove soluzioni d'affido. Per farlo, bisogna che il servizio ci sia. E sia preparato ad affrontare le nuove emergenze.